Rock’n'roll Circus
Viaggio nel colorato e immaginifico circo del rock’n'roll.
I ROLLING STONES, come al solito, lo avevano capito molto tempo fa: il Circo, con le sue mille metafore della vita, è sempre fonte d’ispirazione per il rock’n’roll. E così capita che quattro artisti molto diversi tra loro, TAKE THAT, BRITNEY SPEARS, VINICIO CAPOSSELA e i TIGER LILLIES, ricorrano in modi altrettanto diversi a quel mondo.
Il Circo torna di moda, e lo fa a tempo di musica. Il suo immaginario senza tempo, che ha già ispirato film capolavoro come, tra gli altri, “Il più grande spettacolo del mondo” (Cecil B. DeMille) e “La strada” di Federico Fellini, colpisce quello che, a tutti gli effetti, è un altro circo, ossia quello del rock’n’roll. E se è vero che molto diverse sono le forme in cui si manifestano i due tipi di arte è anche vero che pur sempre di spettacolo si tratta, e in fin dei conti di “entertainment”, “intrattenimento”. That’s entertainment, per l’appunto. Ma facciamo un piccolo salto indietro.
Nel dicembre 1968 Allan Klein, allora manager dei Rolling Stones, per presentare il nuovo album della band “Beggars banquet”, organizza una due giorni di musica nello scenario di un circo che ha tra le proprie attrazioni le migliori rockband del 1968: oltre ai Rolling Stones, infatti, ci sono i Jethro Tull, Marianne Faithfull, The Who, John Lennon, Taj Mahal e, in alcuni spezzoni, anche amici degli artisti e veri giocolieri, mangiafuoco e trapezisti. E’ in poche parole uno dei ritratti più fervidi e rappresentativi di quello che la “swinging London” aveva da offrire nell’anno che cambiò definitivamente la faccia del mondo. Al di là dell’immaginario da circo usato come ambientazione, sono mille i riferimenti all’attitudine circense che entrano in campo, dal modo in cui vengono presentati gli artisti al concetto di “attrazione”, di “numero” che da sempre ne caratterizza lo spettacolo. E’ infatti proprio quello il senso più profondo della metafora rock’n’roll/circo: alla fine i musicisti, come i circensi, sono delle attrazioni, e come i “Freaks” (1932) dell’omonimo film di Tod Browning, è la loro diversità esibita che gli garantisce la possibilità di vivere. Non è un caso che, per alcuni artisti, ricorrere alla metafora del circo ha coinciso con il mettersi in mostra in alcuni dei momenti più difficili, o delicati, della propria carriera.
Se si scorre un ipotetico elenco di titoli di dischi pop-rock imparentati con il circo si trovano i KISS, che non a caso intitolarono “Psycho Circus” uno dei loro dischi più negletti e tuttavia necessari, quello che sancì anche discograficamente, nel 1998, il loro reunion tour avvenuto con grande successo l’anno precedente. In copertina le quattro facce mascherate dei rockers di Detroit campeggiano sullo sfondo vermiglio di un sipario. Il riferimento al circo fu per loro, in questo caso, un modo ironico di mettersi alla berlina come attrazioni, e di dire al mondo “Avete voluto la reunion? Eccoci qui, siamo i vostri fenomeni da baraccone preferiti”.
Diverso il discorso dei TIGER LILLIES, una eccentrica band che fonde cabaret music alla Kurt Weill con musica gitana e classica, oltre a notazioni, storie e metafore spesso noir. L’ambiente del circo li ispira per un bellissimo album che esce nel 1999, “Circus songs”, ma la band londinese, 10 anni dopo, ha fatto di più, dedicando un intero spettacolo al mondo dei freaks: intitolato THE FREAK SHOW, il nuovo concept ha debuttato in Grecia a gennaio 2009, per poi essere portato come di consueto in giro per l’Europa.
Il circo è anche il riferimento artistico cui attingono i TAKE THAT del 2007 e BRITNEY SPEARS del 2008, con due album per giunta decisamente similari in quanto a ispirazione di fondo. Entrambe le compagini – il gruppo inglese da un lato, la ex-star di Disney Channel dall’altro – sono in un momento di necessaria ed eventuale rinascita, in cui non solo sembrano acconsentire al motto “the show must go on” ma, per la loro stessa sopravvivenza come artisti, che abbiano quasi voglia di affidarvisi, mettendo in mostra la loro verità, che è quella di essere creature del circo della musica, di conoscerne le regole e di avere solo voglia di continuare a replicare il proprio numero. E forse non è un caso che entrambi gli album siano stati premiati dal successo, perché in definitiva onesti e disperati nel loro porsi come “salti” senza rete, fatti da trapezisti della musica che sanno di correre un rischio.
La nostra carrellata si conclude con una citazione tutta italiana per il SIDE SHOW messo in scena da VINICIO CAPOSSELA per il suo più recente tour, successivo all’album DA SOLO. Per dirla con l’artista: « Il SOLO SHOW trae la sua ispirazione non dal circo (palcoscenico di artisti, trapezisti, giocolieri), ma da quelle tende che, ai tempi del Barnum, gli venivano messe di fianco, e da quella posizione prendevano il nome. Il “Side show”, baraccone di fenomeni, con i freaks e gli animali dimenticati da Noè: “la mucca a cinque zampe”, “il maiale a due teste”, “la capra unicorno”. Tutti esseri da mettere in mostra, che altra abilità non avevano. SOLO SHOW, si chiama, perché si affronta da soli, tenendosi stretti, sia sul palco che in platea. E perché è “solo show”, soltanto spettacolo, entertainment, come farsi un giro in ottovolante e sospendere l’incredulità. Sospendere l’accanimento dell’impiego del tempo. Una tregua con la vita, per farci assaltare dall’interno, da noi stessi, nel momento in cui chiudiamo gli occhi».
Affascinante. Così come pure è affascinante l’apparente coincidenza che lega questi artisti e i loro prodotti artistici in uno strano momento per il Circo e per le sue attrazioni: sembrano scomparire i circhi di strada, mentre sempre meglio vanno le cose per idee artistiche come LE CIRQUE DU SOLEIL, che utilizzano in maniera diversa e più eclatante le attrazioni circensi togliendo loro però quella patina di sana cialtroneria e comicità che tante volte ha fatto sognare grandi e piccini. Forse il riferimento al circo, in questi anni, viene proprio da quest’ultimo elemento, ossia dal sogno: dall’unire l’aspetto relativo all’attrazione con quello dell’esibizione e della gioiosa solitudine del performer: che solo lì, davanti al suo pubblico, mentre è preso dalla magia del suo numero, si sente finalmente e veramente libero.